THE SOUND - Jeopardy (1980)

THE SOUND (1979/1988 – London, Greater London, UK) 
Jeopardy LP (Korova UK) ✯✯✯✯✰
27 Ottobre 1980

Genere: Post-Punk 

Lato A 
1.I Can’t Escape Myself 3:55 * 
2.Heartland 3:34 * 
3.Hour of Need 3:03 * 
4.Words Fail Me 2:59 * 
5.Missiles 5:28 * 

Lato B 
6.Heyday 3:03 * 
7.Jeopardy 3:38 
8.Night Versus Day 3:16 * 
9.Resistance 2:48 * 
10.Unwritten Law 3:40 
11.Desire 3:35 

FORMAZIONE 
Adrian Borland: voce, chitarra 
Graham “Green” Bailey: basso
Michael Dudley: batteria 
Belinda “Bi” Marshall: tastiera

Produzione: Nick Robbins | The Sound 
Registrazione: Elephant Studio (London, UK)
Grafica: Sara Batho 
Durata: 38:23 

DISCOGRAFIA 
Jeopardy (Korova, 1980) * 
From The Lions Mouth (Korova, 1981) * 
All Fall Down (WEA, 1982) 
Shock Of Daylight EP (Statik, 1984) * 
Head And Hearts (Statik, 1985) 
In The Hothouse [live] (Statik, 1985) 
Propaganda [reg. 1979] (Renascent, 1999) 
The BBC Recordings 2CD [live 1980-85] (Renascent, 2004)

"So many feelings pent up in here
Left all alone, I'm with the one I most fear
I'm sick and I'm tired of reasoning
Just want to break out, shake off this skin"

I Can't Escape Myself

Peccatori, accostatevi alle balaustre di questo tempio sconsacrato, perché stasera non celebreremo un trionfo, ma il martirio di una delle band più colpevolmente dimenticate dal genere umano. Voltiamo le spalle alle luci della ribalta e camminiamo fino ai binari della stazione di Wimbledon, sotto quel cielo plumbeo inglese, dove Adrian Borland nel 1999 decise di gettarsi sotto un treno per mettere fine alla guerra totale che combatteva contro se stesso. Ma prima di quel tragico, gelido epilogo, ci fu una fiammata di disperato vitalismo che squarciò l'autunno del 1980. Si chiama Jeopardy, ed è l'esordio dei Sound. Un disco registrato con quattro soldi, scarnificato da qualsiasi trucco di produzione, visionario, teso e rigurgitante di pura angoscia esistenziale.

La sfortuna di questa band londinese, fratelli, è scritta nelle stelle nere del tempismo. Immaginate la perversione del destino: incidere il proprio biglietto per l’immortalità nello stesso, identico momento in cui il post-punk britannico catalizzava le anime dei giovani con le sonorità di Joy Division, Bauhaus, Cure ed Echo & The Bunnymen. La stanza era già drammaticamente piena, e per i Sound fu facile essere spinti nell'ombra, nel silenzio del mercato, confinati nell'angolo dei culti per pochi intimi nonostante gli applausi della critica dell'epoca. Ma la storia la scrivono i vinti, fratelli. Eppure, ve lo giuro dal profondo del mio cuore nero, Adrian Borland e i suoi compagni non avevano un briciolo di genio da invidiare ai colleghi più blasonati. La loro era una proposta parallela, una scrittura affilata percorsa da una tensione crepuscolare. 

Il sipario si alza con il capolavoro claustrofobico di "I Can't Escape Myself". È un inizio da brividi: l'incedere è serrato, rabbioso, quasi trattenuto, colorato da sussulti di synth che evocano i Neu! e da un riverbero calibrato al millimetro sulla voce di Borland. Ma non c'è solo buio pesto in questa navata. Subito dopo arriva la carica di "Heartland", un gioiello di pop-rock eretico in cui le tastiere tingono di psichedelia un'andatura incalzante e travolgente, muovendosi come un bizzarro incrocio tra la nevrosi geometrica degli XTC e l'epicità anthemica dei primissimi U2.

Non c'è spazio per il riposo in un simile purgatorio a 33 giri. Brani come "Words Fail Me", "Heyday" e "Resistance" corrono a rotta di collo, ricordandoci irrevocabilmente che il punk è passato di qui lasciando ferite profonde e ancora aperte. La desolazione quotidiana e il disagio esistenziale giovanile toccano lo zenit nell'epica disperata di "Missiles", un assalto antimilitarista dove la voce di Borland urla una passione cieca, per poi naufragare nelle atmosfere prettamente dark di "Hour Of Need" e nelle acide malinconie di "Night Versus Day". La chiusura è affidata all'ipnosi controllata di "Unwritten Law", un brano atmosferico sorretto da un basso circolare che cammina mano nella mano con una sfumatura di synth talmente struggente che nessun altro strumento sulla terra avrebbe potuto replicare.

In questo debutto folgorante e geniale i Sound misero a punto un'alchimia perfetta e velenosa a cui, purtroppo, non avrebbero mai più dato seguito nei successivi album, via via addomesticati da una maggiore levigatezza produttiva. Questa voce che viene da un'epoca lontana, peccatori, se saprete ascoltarla vi farà del bene ancora oggi. È musica livida per cuori malati di troppa realtà.

Il Verdetto: Una pietra miliare nascosta tra le macerie degli anni Ottanta. Jeopardy merita lo stesso identico inginocchiatoio di Unknown Pleasures. Se calando il braccio del giradischi su queste tracce non sentite le pareti della stanza stringersi attorno a voi, la vostra sensibilità è già stata lobotomizzata dalle canzonette della radio. Quattro confessioni nude, bagnate di pioggia londinese e svanite nel grigiore di una periferia dimenticata. Amen.





 

Ascolta anche: THE SOUND - From the Lions Mouth (Korova, 1981)

THE SISTERS OF MERCY - First and Last and Always (1985)

THE SISTERS OF MERCY (1980 – Leeds, West Yorkshire, UK) 
First and Last and Always LP (Merciful Release UK/Elektra US) ✯✯✯✯✯
11 Marzo 1985 (#14 UK) 

Genere: Gothic Rock 

Lato A 
1.Black Planet 4:27 * 
2.Walk Away 3:20 * 
3.No Time to Cry 3:54
4.A Rock and a Hard Place 3:36 
5.Marian (Version) 5:37 * 

Lato B 
6.First and Last and Always 3:58
7.Possession 4:36 
8.Nine While Nine 4:07 
9.Amphetamine Logic 4:46 
10.Some Kind of Stranger 7:16 * 

FORMAZIONE 
Andrew Eldritch: voce
Gary Marx: chitarra 
Doktor Avalanche: drum machine 
Craig Adams: basso 
Wayne Hussey: chitarra, voce

Produzione: David M. Allen 
Registrazione: Strawberry Recording Studios (Stockport, Manchester, UK)
Grafica: Andrew Eldritch | Mick Lowe 
Durata: 45:37 

DISCOGRAFIA 
The Reptile House EP (Merciful Release, 1983) * 
First And Last And Always (Merciful Release, 1985) * 
Floodland (Merciful Release, 1987) * 

“Still so dark all over Europe

And the rainbow rises here
In the western sky
The kill to show for
At the end of the great white pier”
Black Planet

Fratelli del lato oscuro: riponete i vostri ombrelli di pizzo e preparatevi. Se il Dark fosse un genere cinematografico, questo sarebbe il Noir definitivo, girato in un bianco e nero così contrastato da bruciarvi le pupille. Non stiamo parlando di una band, ma di un dogma che si incarna tra le nebbie industriali di Leeds per lasciarci in eredità il suo testamento più alto e doloroso.

First and Last and Always è la summa di un pellegrinaggio iniziato nel 1980, centellinato in una sequenza di singoli ed EP che oggi sono reliquie. È qui, tra questi dieci solchi, che il Verbo di Andrew Eldritch si fa pietra angolare. Eldritch non è un cantante: è un traghettatore di anime nell'ombra, con una voce che sembra provenire direttamente da una catacomba, glaciale e abrasiva al punto giusto.

Dietro di lui, a tessere questa trama di nero, la formazione che ogni peccatore dovrebbe conoscere a memoria: Gary Marx, Craig Adams e quel diavolo di Wayne Hussey, che porta con sé una sensibilità melodica quasi "sixties" per poi annegarla nel fumo nero della Blank Generation. E poi, sullo sfondo, il battito marziale e disumano di Doktor Avalanche, la drum-machine che scandisce il tempo di una disperazione che non concede sconti.

L'album è un’imponente architettura di suono e poesia dark visionaria. Iniziatevi alla frenesia di "Walk Away", un pezzo che vorrebbe essere pop ma finisce per diventare un addio amaro sussurrato al vento in una notte che non vuole finire mai. Perdetevi tra le fiamme gelide di "Black Planet" o nei labirinti malati di "Marian", dove il fantasma di Leonard Cohen viene evocato non per consolare, ma per tormentare. Ogni episodio è un incantesimo: dalla solennità epica della title-track fino a quella pietra tombale che risponde al nome di "Some Kind of Stranger", sette minuti di nebbia sulfurea lasciata cadere sulla nostra speranza.

Certo, la congregazione si sarebbe sciolta di lì a poco tra carte bollate e veleni, con Hussey e Adams pronti a cercare la luce con i Mission e Eldritch a barricarsi nel suo castello di rock sinfonico pacchiano. Ma in questo 1985, per un momento irripetibile, i Sisters Of Mercy sono stati l'Alfa e l'Omega del nostro disagio.

Il Verdetto: Un capolavoro assoluto che incute soggezione, un’attrazione fatale che non smette di esercitare il suo magnetismo. Se non sentite l'irresistibile impulso di svanire in una nuvola di ghiaccio secco ogni volta che parte l'intro di "No Time To Cry", allora tornate pure a scaldarvi alla luce del sole: questa liturgia di fumo e disperazione non è pane per i vostri denti. Cinque stelle di freddo marmo nero. Amen.






 

Ascolta anche: THE SISTERS OF MERCY - Some Girls Wander By Mistake [ant. 1980-83] (Merciful Release, 1992)

PLAYLIST: Post-Punk Revival (2002-17)


Liturgie del Cemento: Il Verbo Post-Punk (2002–2017)

Sintonizzate i vostri sensi sulle frequenze del disagio.

Non chiamatelo banale "revival". Quello che avete tra le mani è un rosario di ossidiana, una sequenza di scosse elettriche somministrate a un cuore che si ostina a battere a ritmo di drum-machine e bassi fangosi. In quest'ora abbondante di oscurità programmata, non celebriamo il passato, ma la sua magnifica ossessione.

Si parte dal punto zero, da quella New York che nel 2002 tornava a vestirsi di nero con gli Interpol, per poi deragliare nei corridoi claustrofobici degli Editors e nelle perversioni sintetiche degli She Wants Revenge. Ma non fatevi ingannare: la notte è lunga e il viaggio si fa sporco.

In questo numero di "Radio-Ondanera":

  • L’Abisso Americano: Il nichilismo lo-fi degli Have A Nice Life e la violenza rumorista degli A Place To Bury Strangers, i veri architetti del collasso sonoro.

  • L'Eleganza del Male: Il magnetismo degli O. Children e la grazia spettrale di The Soft Moon, prima che il vento dell'Est ci porti il gelo dei Motorama.

  • Sangue e Sudore: La furia delle Savages e l'orgoglio tricolore dei Soviet Soviet, a dimostrare che il battito non conosce confini.

Fino a chiudere il cerchio con i Drab Majesty, gli androidi tragici che ci traghettano verso un futuro dove il sole non sorge mai.

Questa non è musica per le masse. È musica per chi sa che il nero non è un colore, ma un'attitudine.

"Inginocchiatevi davanti all'altare del feedback. Io sono No Time For Bad Music, e questa è la vostra penitenza."

TRACKLIST


01.INTERPOL (US) – Obstacle I
“Turn On The Bright Lights” (2002)


02.EDITORS (UK) – Munich
“The Back Room” (2005)


03.SHE WANTS REVENGE (US) – Sister
“She Wants Revenge” (2006)


04.THE NATIONAL (US) – Mistaken for Strangers
“Boxer” (2007)


05.HAVE A NICE LIFE (US) – Bloodhail
“Deathconsciousness” (2008)


06.WHITE LIES (UK) – To Lose My Life
“To Lose My Life” (2009)


07.THE HORRORS (UK) – Primary Colours
“Primary Colours” (2009)


08.A PLACE TO BURY STRANGERS (US) – Keep Slipping Away 
“Exploding Head” (2009)


09.VEIL VEIL VANISH (US) – Anthem for a Doomed Youth
“Change In The Neon Light” (2010)


10.O. CHILDREN (UK) – Ruins
“O. Children” (2010)


11.THE SOFT MOON (US) – Breathe the Fire
“The Soft Moon” (2010)


12.HOLOGRAMS (SVE) – ABC City
“Holograms” (2012)


13.SAVAGES (UK) – She Will 
“Silence Yourself” (2013)


14.SOVIET SOVIET (IT) – 1990
“Fate” (2013)


15.EAGULLS (UK) – Tough Luck
“Eagulls” (2014)


16.PROTOMARTYR (US) – Scum, Rise!
“Under Color Of Official Right” (2014)


17.TOTAL CONTROL (AUS) – Flesh War
“Typical System” (2014)


18.VIET CONG [PREOCCUPATIONS] (CAN) – Continental Shelf 
“Viet Cong” (2015)


19.MOTORAMA (RUS) – Dispersed Energy
“Poverty” (2015)


20.DRAB MAJESTY (US) – To Soon to Tell
“The Demonstration” (2017)